L’amore, neanche a dirlo, la fa da padrone. E’ il festival di Sanremo e non potrebbe che essere così. E forse lo è anche di più, dato che al timone quest’anno c’è Claudio Baglioni. Un festival a sua immagine, che ha puntato sugli interpreti (“quelli con una carriera riconosciuta”, ha sottolineato il direttore artistico) e forse meno sui testi. Che non osano, non si confrontano con la realtà contemporanea, ma si chiudono nel perimetro confortante dei sentimenti, del privato.
A guardare in faccia il mondo, con la paura e la violenza del terrorismo che ormai ci soffoca e ci ingabbia, sono Fabrizio Moro ed Ermal Meta. Poi Lo Stato Sociale, critica irriverente a una società che poco offre a chi cerca di realizzare i propri sogni. C’è Scampia, nel brano di Avitabile, ma è quasi più un’epifania che un interesse sociale. I grandi interpreti si fanno notare, eccome. Una su tutti, Ornella Vanoni, la cui voce non cede di un millimetro al tempo che passa. E c’è Ron con un brano di Lucio Dalla, che fa sentire come il cantautore bolognese non ci abbia mai abbandonato del tutto. “Viviamo un’epoca non chiara, di passaggio – ha detto Baglioni -. Per questo molti dei testi sono domande, questioni irrisolte. Non ci sono canzoni slogan”. Queste le pagelle dei 20 brani, in ordine alfabetico, ascoltati a Milano.
