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Washington, 2 aprile 1968: esce 2001: Odissea nello spazio. Oggi 50 anni

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Washington, 2 aprile 1968: dopo tre mesi di isolamento totale nella sua casa-laboratorio di Abbots Mead, in aperta campagna non lontano da Londra, Stanley Kubrick presenta al pubblico e alla critica il suo lavoro più ambizioso, “2001: Odissea nello spazio” dal soggetto del guru della fantascienza Arthur C. Clarke. E’ un progetto rivoluzionario e un film che entra di prepotenza nella storia del cinema: oggi si può anche leggerlo come un’icona di quell’utopia esistenziale che innerva la stagione dei grandi cambiamenti e dei fermenti che, dall’America all’Europa, segnano il fatidico anno 1968.

Fin dalla concezione il film di Kubrick è una novità assoluta: alla ricerca di un soggetto di fantascienza per continuare il suo viaggio artistico nei generi più popolari dell’immaginario visivo, il regista contatta Arthur C. Clarke e i due condividono a tal punto l’idea di partenza da far correre in parallelo il romanzo e la sceneggiatura. Kubrick si fa assistere dalla Nasa e da un pool di scienziati per mostrare un futuro tanto lontano quanto possibile in cui l’incontro-scontro tra l’uomo e l’intelligenza artificiale (il computer Hal 9000) abbia valenza di riflessione etica e teoretica. “Fin dagli anni ’50 – commentò George Lucas – la scienza ha prevalso sulla fantasia e il romanzesco è stato più o meno abbandonato, man mano che i viaggi nello spazio e la tecnica venivano in primo piano. In questo filone, il capolavoro è 2001: Odissea nello spazio, uno dei miei film preferiti, in cui tutto è scientificamente esatto e immaginato partendo dal possibile. È veramente l’apice della fantascienza”.

E ancora oggi molti scienziati sostengono che se i programmi nello spazio di Usa e Urss avessero mantenuto il ritmo previsto da Kubrick, buona parte delle ipotesi rese realistiche nel film si sarebbero effettivamente realizzate nello stesso tempo. Con un salto temporale che ancora oggi lascia senza fiato, l’inizio di “2001: Odissea nello spazio” trasporta l’uomo dall’alba della preistoria al futuro usando una metafora di offesa e conquista (l’osso scagliato verso il cielo) come simbolo di una violenza ancestrale che si trasforma in astronave e quindi in uno sguardo verso la possibile evoluzione della razza umana. “Ognuno è libero di speculare a suo gusto sul significato filosofico e allegorico del film – ha dichiarato Kubrick -. Io ho cercato di rappresentare un’esperienza visiva, che aggiri la comprensione per penetrare con il suo contenuto emotivo direttamente nell’inconscio”. Per questo il racconto è diviso in quattro parti. Nella prima, all’alba della storia, una tribù di ominidi tocca la conoscenza grazie al contatto con un misterioso monolite nero venuto dallo spazio. Nella seconda, ambientata sulla Luna nel 1999, viene rinvenuto un analogo monolite che farà da porta verso il futuro per gli astronauti di Discovery One. La terza parte, ambientata 18 mesi dopo, vede la squadra spaziale guidata dal comandante Bowman e dal computer Hal 9000 in viaggio verso Giove sulle tracce del segnale radio emesso dal misterioso monolite. Nell’epilogo Bowman, rimasto ormai solo a bordo dell’astronave in vista di Giove, incontra di nuovo il monolite che fluttua nello spazio profondo e, grazie a questo, viene trascinato oltre il tempo fino a una misteriosa camera da letto dove si vede vecchio e morente per poi tornare neonato, feto cosmico evoluto da essere umano in una forma superiore.