“Nel futuro spero di vedere più donne ricevere il Nobel per la Pace. Non per una forzatura, i premiati devono essere eccellenze nel loro operato. Ma perché spero che nei fatti le donne possano avere ruoli maggiori nella vita”.
Camicia blu, capello cortissimo, appena il vezzo di un filo di rossetto, a parlare alla platea, quasi tutta maschile, dell’Accademia dei Lincei è Berit Reiss-Andersen, dal 2017 presidente del Comitato per l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace. Una visita a Roma densa di appuntamenti (“solo 10 minuti per le domande, perché poi la presidente ha altri impegni”, si avvisa), a chiusura del ciclo di conferenze di donne insigni personalità che contribuiscono alla scienza e alla politica per lo sviluppo umano organizzato dai Lincei, in cui la Reiss-Andersen ha tenuto una lezione sui 116 anni di vita di quello che definisce “il più prestigioso premio al mondo, a dispetto anche delle controversie che talvolta lo hanno accompagnato”. Avvocatessa e politica laburista, norvegese (quello per la Pace è l’unico dei cinque Premi che deve essere assegnato da Commissione di 5 membri tutti norvegesi), procuratrice del distretto di polizia di Oslo negli anni ’80, partner della DLA Piper, studio legale globale specializzato in questioni aziendali e crimini dei colletti bianchi, con oltre 100 casi discussi alla Corte Suprema, dal 2011 è in forze nel Comitato del Nobel.
