Sparita da ogni tavolo la possibilità di un governo di legislatura, si restringono anche gli spazi di un esecutivo di tregua che metta in sicurezza, con la legge di bilancio, i conti pubblici e poi riporti il Paese alle urne nel 2019. In vista del terzo, e forse ultimo, giro di consultazioni lunedì al Quirinale, i partiti si posizionano e all’orizzonte sembra stagliarsi solo il voto: se Luigi Di Maio stronca come “tradimento” degli elettori ipotesi tecniche e vede solo le urne, anche Matteo Salvini esclude esecutivi “alla Monti” e tenta un ultimo rilancio con M5S proponendo, come unica alternativa alle elezioni, un governo fino a dicembre “per fare poche cose”, legge elettorale e stop all’aumento dell’Iva in primis.
Basta il clima da campagna elettorale dei vari attori in campo per capire che la legislatura rischia di finire presto. Beppe Grillo dismette il profilo defilato degli ultimi mesi e torna ad indossare gli abiti bellicosi della lotta, rispolverando sul nuovo mensile francese ‘Putsch’ il referendum sull’euro e denunciando “il colpo di Stato” realizzato approvando il Rosatellum “per impedirci di governare”. A stretto giro, gli ribatte Matteo Renzi con un messaggio anche a uso lotta interna al Pd: “Da quando ha capito che non andranno a Palazzo Chigi hanno sbroccato e ripreso con insulti e follie. Sono orgoglioso di aver contribuito a evitare l’accordo tra il Pd e M5S”.
