Gioacchino Aldo Scuderi, primo avvocato di fiducia di Christian Leonardi, imputato per la morte della moglie Eligia Ardita e della piccola che portava in grembo, oggi in aula si è avvalso della norma che tutela il segreto professionale. E ha mantenuto la sua posizione anche dopo che il suo ex assistito lo ha sciolto dall’obbligo. In questo modo ha, di fatto, evitato di rispondere alle domande che la difesa di Leonardi gli avrebbe fatto sulle circostanze dell’ammissione di colpevolezza fatta in prima battuta dall’imputato. Dichiarazione poi ritrattata alla prima udienza del processo e motivata, successivamente, nel corso del suo interrogatorio.
“Ho confessato l’omicidio – ha detto Leonardi il 28 marzo in aula – perché mi sono affidato all’avvocato Scuderi che mi ha suggerito di assumermi ogni responsabilità per avere almeno una piccola speranza per non passare tutta la vita in carcere”.
L’avvocato Scuderi, pertanto, ha potuto essere sentito solo su circostanze precedenti al’assunzione dell’incarico professionale della difesa di Leonardi.
Ha detto di conoscere Leonardi da prima, perché parente della sua ex moglie e ha anche detto di averlo incontrato solo sporadicamente, visto che da tanti anni ormai, risiede al nord. Con la famiglia Ardita, ha detto ancora, ha intrattenuto solo rapporti professionali.
Nessun contro esame per lui che poi è stato congedato dalla Corte.
Dopo Scuderi è stata la volta del consulente della difesa, Antonella Lannino, esperta in genetica molecolare e citogenetica, che dopo la decisione presa in camera di consiglio dalla Corte, è stata sentita in aula a prova contraria sulle dichiarazioni del generale Garofano. La sua testimonianza è stata preceduta da una dichiarazione spontanea dell’imputato, che ha precisato come il divano che si trovava nel salotto, veniva smontato per consentire di allungare la vola da pranzo, quando in casa c’erano ospiti. Una dichiarazione propedeutica a quelle rese dalla consulente:
“Affermare, come ha fatto il generale Garofano, – ha detto Antonella Lannino – che le tracce di Dna trovate sulle pareti dietro il divano, siano riconducibili ad una colluttazione non ha, a mio parere, riscontro scientifico, perché – ha aggiunto – non si può stabilire con certezza quando sono state prodotte. L’unica indicazione che possono dare queste tracce è quella che le persone a cui appartengono (Leonardi ed Eligia Ardita) hanno frequentato la stessa casa. Non sono sufficienti – ha concluso – a provare l’avvenuta colluttazione e la morte di Eligia Ardita”.
Prossima udienza il 6 giugno: sarà sentito il vigile del fuoco, Giuseppe Maugeri.
