L’incendio all’auto del sindaco Giancarlo Garozzo è solo l’ultimo grave episodio di una serie di atti intimidatori nei confronti dell’Amministrazione, e soprattutto del primo cittadino e dell’ex assessore alla Municipale, Salvatore Piccione. Pedinamenti e minacce anche davanti Palazzo Vermexio, con tanto di “da adesso è guerra” perchè il primo cittadino non si è mai piegato ai ricatti. Loro sono: Andrea Amato 36 anni, Francesco Mollica 35 anni, Salvatore Urso 58 anni, e Lucia Urso 37 anni, tutti pregiudicati e accusati di tentata estorsione e danneggiamento.

I quattro sono stati arrestati, alle prime luci dell’alba, dai Carabinieri del Comando Provinciale di Siracusa. Ai quattro non è mai andato giù il provvedimento del Daspo Urbano, misura messa in campo dal Comune per combattere l’abusivismo. L’incendio all’auto di Garozzo, infatti, è stato appiccato all’indomani della pubblicazione sulle testate giornalistiche del provvedimento. I quattro, infatti, avrebbero svolto da tempo l’attività di parcheggiatori abusivi nella zona del Teatro Greco di Siracusa, proponendo ai “clienti” non solo la classica monetina, ma anche finti ticket da cancellare. “Loro grazie a te non avranno più da mangiare”, così avrebbero scritto accanto a foto di parenti inviate a Garozzo perchè, proprio loro, avrebbero dichiarato che quello del parcheggiatore abusivo era un vero e proprio lavoro atto a portare il pane a casa. Minacce, avvertimenti e pedinamenti verso sindaco e assessore per incutere timore. Quello che i Carabinieri hanno stroncato era un vero e proprio sistema con tanto di divisione delle zone da controllare e di guerra interna per accaparrarsi un pezzo di territorio in più. Tanto che, da un’intercettazione telefonica, pare che Amato abbia chiamato Mollica fingendosi un comune cittadino per minacciare di segnalarlo ai Carabinieri e quindi prendere il suo posto. Sugli esecutori materiali dell’atto intimidatorio al sindaco c’è ancora un fascicolo aperto. I tre uomini sono stati chiusi in carcere, mentre la donna è stata ristretta ai domiciliari. Sarebbe stata proprio lei che, per dare credibilità, alle minacce avrebbe millantato la sua appartenenza alla famiglia Urso, inserita nel clan mafioso Urso-Bottaro. Le indagini sono state svolte con il sussidio di intercettazioni telefoniche, ambientali e pedinamenti.
